Il denaro è semplicemente un amplificatore di quello che siamo. Questa frase, che può sembrare quasi una provocazione, contiene secondo me una riflessione molto più profonda di quanto possa apparire a prima vista. Perché quando parliamo di denaro pensiamo immediatamente a numeri, conti correnti, stipendi, fatturato, spese, investimenti e risparmi, ma molto spesso dimentichiamo che …
Il denaro è semplicemente un amplificatore di quello che siamo. Questa frase, che può sembrare quasi una provocazione, contiene secondo me una riflessione molto più profonda di quanto possa apparire a prima vista. Perché quando parliamo di denaro pensiamo immediatamente a numeri, conti correnti, stipendi, fatturato, spese, investimenti e risparmi, ma molto spesso dimentichiamo che dietro il modo in cui gestiamo i nostri soldi c’è una parte importante della nostra storia personale.
Il nostro rapporto con il denaro nasce molto prima di quando iniziamo a guadagnarlo. Nasce da ciò che abbiamo visto fare ai nostri genitori, dalle frasi che abbiamo ascoltato in famiglia, dal modo in cui abbiamo vissuto il concetto di ricchezza, di sacrificio, di risparmio e di spesa. Cresciamo imparando, spesso inconsapevolmente, che cosa significa avere o non avere denaro e soprattutto quale significato attribuirgli. Per qualcuno il denaro rappresenta libertà e possibilità, per qualcun altro sicurezza, per altri ancora qualcosa di cui diffidare, qualcosa che genera ansia, senso di colpa o addirittura vergogna.
Ecco perché imparare a gestire il denaro non significa soltanto imparare a fare dei conti. Significa anche comprendere quale sia il nostro rapporto con esso e quali emozioni, convinzioni e comportamenti entrano in gioco ogni volta che guadagniamo, spendiamo, risparmiamo o investiamo.
Gestione economica e gestione finanziaria: due cose diverse
Quando parliamo di gestione economico-finanziaria tendiamo spesso a considerare questi due aspetti come se fossero la stessa cosa, ma in realtà esiste una differenza importante, soprattutto per chi gestisce un’attività professionale o un’impresa.
La gestione economica riguarda il rapporto tra ciò che produciamo e ciò che consumiamo: ricavi, costi, margini e risultato economico. Ci permette di capire se la nostra attività sta creando valore e se, al termine del periodo considerato, quello che produciamo è sufficiente a coprire i costi e a generare un risultato positivo.
La gestione finanziaria, invece, riguarda il movimento concreto del denaro e soprattutto il momento in cui questo entra ed esce. Posso, per esempio, aver realizzato un buon fatturato e avere clienti che mi devono ancora pagare, ma contemporaneamente dover sostenere stipendi, fornitori, tasse, rate o altre uscite. In questo caso la mia situazione economica può essere positiva, ma potrei comunque avere un problema di liquidità.
È una distinzione semplice, ma fondamentale: fatturare non significa necessariamente avere denaro disponibile e avere denaro disponibile non significa necessariamente aver prodotto un utile. Comprendere questa differenza significa iniziare a guardare la propria situazione con maggiore consapevolezza, sia nella vita personale sia nella gestione di un’attività.
Quanto guadagni non racconta tutta la storia
Esistono molte tecniche per organizzare il proprio denaro. Una delle più conosciute è quella del 50/30/20, che suggerisce orientativamente di destinare una parte delle entrate alle necessità, una parte alle spese personali e al divertimento e una parte al risparmio e alla costruzione del futuro. Altri utilizzano schemi differenti, come il 33/33/33, suddividendo idealmente le proprie risorse tra necessità e impegni, piacere e divertimento, risparmio e investimenti.
Non credo che il punto sia stabilire quale percentuale sia quella corretta per tutti. Le nostre situazioni personali, familiari e professionali sono troppo diverse perché possa esistere una formula valida indistintamente per chiunque. Il vero valore di questi sistemi, secondo me, è quello di insegnarci a dare una destinazione al denaro prima ancora di spenderlo.
È una cultura che potremmo iniziare a trasmettere anche ai nostri figli, magari attraverso le piccole somme che ricevono o guadagnano, aiutandoli a comprendere che non tutto ciò che arriva deve necessariamente essere speso immediatamente. Una parte può servire per ciò che occorre oggi, una parte per concedersi qualcosa che desideriamo e una parte può essere accantonata per un obiettivo futuro.
Perché il problema, spesso, non è soltanto quanto guadagniamo, ma ciò che abbiamo imparato a pensare e a fare con quello che guadagniamo.
Pensiamo a due persone. Una guadagna 30.000 euro al mese, ma per mantenere il proprio stile di vita ne spende 35.000. Ogni mese aumenta il proprio deficit. Un’altra persona guadagna 2.000 euro e ne spende 1.500, riuscendo quindi a mettere da parte 500 euro ogni mese. Al di là della dimensione delle cifre, la seconda persona sta costruendo una riserva mentre la prima sta aumentando la propria esposizione.
Questo ci dice qualcosa di importante: la nostra capacità di costruire capitale non dipende soltanto da quanto incassiamo, ma dalla forbice che riusciamo ad aprire tra ciò che incassiamo e ciò che spendiamo.
E questo vale tanto per la nostra vita personale quanto per un’attività professionale o un’azienda.
Il denaro che non vediamo ci sembra quasi non esistere
Un altro aspetto interessante riguarda il modo in cui spendiamo. La carta di debito, la carta di credito, i pagamenti dilazionati, i finanziamenti e i leasing hanno reso molto semplice acquistare qualcosa oggi e rimandare nel tempo la percezione del costo reale.
Quando utilizziamo una carta sembra quasi di non spendere denaro, perché non vediamo materialmente i contanti uscire dalle nostre mani. Quando acquistiamo a rate, inoltre, tendiamo a concentrarci sulla sostenibilità della rata mensile più che sul costo complessivo e sull’impegno che stiamo assumendo nel tempo.
Naturalmente non significa che un finanziamento o un leasing siano necessariamente sbagliati. Possono essere strumenti utili e, in determinati contesti, anche funzionali alla gestione di una persona o di un’impresa. La domanda che dovremmo però imparare a farci è un’altra: questa scelta è coerente con il mio progetto economico e finanziario oppure sto semplicemente anticipando oggi qualcosa che dovrò pagare domani?
Pensiamo, per esempio, a un’automobile. Posso decidere di acquistare una macchina da 35.000 o 40.000 euro attraverso un finanziamento e sostenere una rata per molti anni. Quando avrò terminato di pagarla, l’automobile sarà inevitabilmente più vecchia e io avrò concluso un impegno economico senza aver necessariamente costruito una nuova disponibilità.
Oppure potrei fare una scelta diversa: acquistare un’auto usata, mantenere una maggiore capacità di risparmio e destinare nel tempo una parte della differenza a un progetto di accumulo e investimento. Non è detto che questa sia la scelta giusta per tutti e non è certo una questione che riguarda soltanto l’automobile. Il punto è comprendere la logica che c’è dietro la decisione: sto utilizzando il mio denaro soltanto per sostenere il presente oppure sto costruendo anche il mio futuro?
Lo stesso ragionamento può essere applicato a un’azienda che deve decidere se acquistare un nuovo macchinario, aprire una sede, inserire un collaboratore, realizzare un nuovo progetto o investire per sviluppare il proprio business. Prima di domandarci soltanto “posso permettermelo?”, sarebbe utile chiederci anche “che cosa produrrà questa scelta nel tempo?”.
Il vero investimento parte dalla consapevolezza
A questo punto la questione diventa anche profondamente personale. Perché possiamo conoscere tutte le tecniche di gestione del budget, sapere che dovremmo risparmiare, conoscere la differenza tra una spesa e un investimento e avere perfino un ottimo strumento per controllare le nostre finanze, ma se non affrontiamo il nostro rapporto emotivo con il denaro rischiamo di continuare a comportarci nello stesso modo.
Ci sono persone che evitano di guardare il proprio conto corrente perché i numeri generano ansia. Altre che spendono per compensare una giornata difficile, per gratificarsi o per sentirsi finalmente “all’altezza”. Altre ancora vivono il denaro con un senso di colpa, quasi come se desiderare di stare economicamente bene fosse qualcosa di cui vergognarsi.
E poi c’è la delega: “Di queste cose non mi occupo io, ci pensa qualcun altro”. Anche delegare può essere una scelta corretta, ma delegare la gestione non dovrebbe significare rinunciare alla responsabilità e alla consapevolezza. Se non conosco almeno ciò che riguarda la mia situazione, personale o professionale, sto semplicemente affidando a qualcun altro una parte importante della mia vita.
Forse, allora, dovremmo smettere di considerare la gestione del denaro come qualcosa di puramente tecnico e iniziare a considerarla una vera competenza personale e professionale.
Per un libero professionista significa conoscere non soltanto quanto fattura, ma quanto rimane realmente, quali sono i costi, quali impegni futuri deve sostenere e quali risorse può destinare allo sviluppo del proprio studio. Per un imprenditore significa comprendere che ogni scelta di investimento, ogni assunzione, ogni acquisto e ogni espansione hanno una conseguenza economica e finanziaria. E per ciascuno di noi significa imparare a non vivere al di sopra delle nostre possibilità soltanto per mantenere uno stile di vita che magari abbiamo deciso di avere senza chiederci se sia realmente sostenibile.
Perché il denaro non è soltanto quello che abbiamo nel portafoglio o sul conto corrente. È anche la conseguenza delle decisioni che prendiamo nel tempo.
E allora la domanda diventa inevitabile: stiamo utilizzando il denaro come uno strumento per costruire la vita che desideriamo oppure stiamo permettendo al nostro modo di gestirlo di determinare la vita che possiamo permetterci?
E adesso veniamo a noi
Possiamo continuare a mettere la testa sotto la sabbia e pensare che la questione economica non ci riguardi, oppure possiamo iniziare a occuparcene davvero. Possiamo continuare a lamentarci della crisi, dell’aumento dei prezzi, delle guerre e dell’incertezza economica, tutte condizioni reali che hanno un impatto sulle nostre vite, oppure possiamo domandarci che cosa siamo in grado di fare, oggi, con le risorse e le possibilità che abbiamo.
Sto gestendo il denaro oppure sto lasciando che sia il denaro a gestire me?
Sto vivendo secondo le mie possibilità o secondo le mie aspettative?
Sto consumando tutto ciò che produco oppure sto costruendo qualcosa che possa sostenermi nel futuro?
Qual è la convinzione sul denaro che oggi mi limita maggiormente?
Che rapporto ho con il denaro quando lo guadagno, quando lo spendo, quando lo risparmio e quando penso al futuro?
E soprattutto:
Se imparassi a gestire meglio il mio denaro, cosa potrebbe cambiare nella mia vita personale e professionale?
Il punto non è soltanto quanto denaro abbiamo. Il punto è quanto siamo consapevoli del rapporto che abbiamo con il denaro e di ciò che scegliamo di farne.
Perché il denaro non cambia chi siamo.
Lo amplifica.
La domanda, allora, è semplice:
Tu cosa vuoi amplificare?
Make the Difference.






