Il coraggio di fare silenzio

C’è un aspetto della nostra vita che abbiamo dimenticato, o forse un aspetto della nostra vita che ci fa paura e che proprio per questo tendiamo a sfuggire. Eppure, quando riusciamo a ritrovarlo, può accadere qualcosa di sorprendente: possiamo avere la sensazione di tornare a casa. Perché quella casa, in realtà, siamo noi. Sto parlando …

C’è un aspetto della nostra vita che abbiamo dimenticato, o forse un aspetto della nostra vita che ci fa paura e che proprio per questo tendiamo a sfuggire. Eppure, quando riusciamo a ritrovarlo, può accadere qualcosa di sorprendente: possiamo avere la sensazione di tornare a casa. Perché quella casa, in realtà, siamo noi.

Sto parlando del silenzio.

Fare silenzio è un’attività, una coccola, una capacità, una necessità. È un bisogno. E forse proprio perché è così importante, in un mondo che produce continuamente rumore abbiamo imparato a riempirlo, a coprirlo, quasi a fuggirlo. Alziamo il volume delle cuffie, della televisione, della musica, delle nostre conversazioni, delle notifiche, delle attività che riempiono le nostre giornate. Cerchiamo sempre qualcosa in più, mentre forse avremmo bisogno di qualcosa in meno.

Less is more.

A volte il segreto non è aggiungere, ma togliere. Non è cercare un altro stimolo, un’altra risposta, un’altra attività, ma fermarsi abbastanza a lungo da permettere a ciò che già abbiamo dentro di emergere.

Il silenzio fuori e quello dentro

Il silenzio non è soltanto assenza di suono. Esiste un silenzio esterno, quello che possiamo cercare spegnendo la televisione, mettendo via il telefono, allontanandoci per qualche minuto dal rumore quotidiano, ma esiste anche un silenzio molto più profondo: l’assenza, almeno per un momento, del rumore dei nostri pensieri.

E forse è proprio questo il silenzio che ci spaventa di più.

Sappiamo che il nostro corpo ha bisogno di riposo. Dormiamo perché sappiamo che senza recuperare energie non possiamo funzionare bene. Ma quanto spazio concediamo alla nostra mente per fermarsi davvero? Quanto tempo passiamo senza dover produrre, rispondere, decidere, controllare, programmare?

Il silenzio consapevole è diverso dal semplice stare da soli. È una scelta. È un momento che ci concediamo per riconnetterci con noi stessi, con quello che sentiamo e con quello che magari da troppo tempo stiamo cercando di non sentire.

Perché ascoltarsi può fare paura.

Quando finalmente abbassiamo il volume del mondo, potremmo sentire una voce che abbiamo tenuto a lungo in sottofondo. La nostra. E quella voce potrebbe parlarci di una decisione che continuiamo a rimandare, di una relazione che non ci fa più stare bene, di un sogno che abbiamo chiuso in un cassetto, di una passione che abbiamo sacrificato in nome della sicurezza.

Potrebbe ricordarci chi siamo davvero.

Le maschere che indossiamo

Per tanto tempo possiamo aver scelto la sicurezza al posto del desiderio, la comodità al posto della passione, ciò che “si deve fare” al posto di ciò che sentiamo davvero nostro. Abbiamo imparato a indossare maschere e, come a Carnevale, dopo un po’ possiamo perfino dimenticarci che quella che mostriamo agli altri non è necessariamente tutta la nostra identità.

Una casa sicura, un lavoro stabile, una vita organizzata sono valori importanti. Ma cosa succede quando diventano una gabbia invece che una scelta?

Il silenzio non ci dà necessariamente una risposta. Ci dà qualcosa di ancora più importante: lo spazio per poterci fare le domande.

E in quello spazio possono nascere nuove consapevolezze, nuove idee, nuove passioni, nuovi sorrisi. Proprio come un campo che è stato arato e preparato: quando smettiamo di calpestarlo continuamente, quando gli concediamo tempo e spazio, può tornare a produrre.

Forse dentro di noi ci sono già semi che aspettano soltanto di poter germogliare.

Fare manutenzione a noi stessi

Pensiamo a quanta attenzione dedichiamo alle cose che possediamo. Portiamo la macchina dal meccanico, facciamo la manutenzione alla caldaia, aggiorniamo il telefono, puliamo la lavatrice, controlliamo ciò che utilizziamo ogni giorno.

E noi?

Quando è stata l’ultima volta che hai fatto manutenzione a te stesso?

Non aspettare necessariamente che sia il corpo a chiedertelo. Non aspettare che arrivi una stanchezza che non riesci più a ignorare, che una relazione si rompa, che un disagio diventi troppo grande o che la vita ti costringa a fermarti.

Fermati prima.

Regalati il silenzio non come una fuga dal mondo, ma come un ritorno a te stesso. Può essere una passeggiata senza telefono, qualche minuto seduto in una stanza senza rumori, una meditazione, una pagina scritta a mano, uno sguardo fuori dalla finestra senza fare altro.

Non serve iniziare con un’ora. A volte bastano pochi minuti nei quali non devi essere niente per nessuno.

Solo tu.

E forse proprio lì, nel silenzio, potresti incontrare quella parte di te che da tempo aspetta di essere ascoltata.

La domanda che resta

Quand’è l’ultima volta che ti sei fermato davvero?

Non perché eri stanco. Non perché eri costretto. Non perché non avevi alternative.

Ti sei fermato perché hai scelto di ascoltarti?

Che cosa potrebbe emergere se per qualche minuto smettessi di riempire ogni spazio della tua giornata?

Quale pensiero continui a coprire con il rumore?

Quale decisione potrebbe nascere da quel silenzio?

Quale sogno, quale passione, quale parte di te hai messo in un cassetto per sentirti più al sicuro?

E soprattutto, che cosa potresti scoprire di te se avessi il coraggio di rimanere in silenzio abbastanza a lungo da ascoltarti davvero?

Impariamo a volerci più bene.

Fermiamoci prima che sia troppo tardi.

Facciamo manutenzione a noi stessi, proprio come facciamo con tutto ciò che consideriamo importante.

E regaliamoci il silenzio.

Perché nel silenzio possiamo raccogliere il frutto della consapevolezza e, attraverso quella consapevolezza, tornare a gustare la meraviglia di una vita ricca di soddisfazioni, di significato e di tanta, tanta pace.

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