Quali colori stai dando alla tua vita?

“Entrando nelle sale di Palazzo Strozzi, a Firenze, dedicate a Mark Rothko pensavo di andare a vedere una mostra. Non sono uscito con qualche nozione in più sulla storia dell’arte. Sono uscito con molte più domande che risposte. E forse è proprio questo il segno delle grandi opere d’arte: non offrirci risposte, ma costringerci a …

“Entrando nelle sale di Palazzo Strozzi, a Firenze, dedicate a Mark Rothko pensavo di andare a vedere una mostra. Non sono uscito con qualche nozione in più sulla storia dell’arte.

Sono uscito con molte più domande che risposte.

E forse è proprio questo il segno delle grandi opere d’arte: non offrirci risposte, ma costringerci a fermarci.

Non ti spiegano qualcosa.

Ti spiegano un po’ di te.”

Il coraggio di seguire il proprio scopo

Mark Rothko, nato Marcus Rothkowitz nel 1903, nell’attuale Lettonia allora parte dell’Impero Russo, emigrò bambino negli Stati Uniti insieme alla famiglia, che cercava una vita più sicura lontano dalle tensioni e dalle persecuzioni dell’epoca.

La sua strada non fu semplice.

Frequentò l’Università di Yale, ma dopo due anni decise di abbandonarla. L’insegnamento gli appariva troppo rigido, troppo distante dal modo in cui sentiva l’arte.

Fu una scelta rischiosa.

Non aveva certezze economiche, non aveva una carriera già costruita, ma aveva una cosa molto più importante: aveva intuito quale fosse il suo scopo.

Quando il “perché” diventa chiaro, il “come” smette di essere un problema.

Gli inizi furono difficili. Le sue prime opere raccontavano inquietudine: architetture chiuse, ambienti senza vie d’uscita, ispirati anche al Vestibolo della Biblioteca Laurenziana progettato da Michelangelo a Firenze. Poi arrivò un periodo popolato da figure mitologiche, quasi un passaggio necessario prima di trovare la propria vera voce.

E infine arrivò il colore.

Quelle immense tele che oggi tutto il mondo riconosce, fatte di campi cromatici sospesi, di forme essenziali e di emozioni impossibili da spiegare a parole.

Non voleva dipingere ciò che vedeva.

Voleva dipingere ciò che sentiva.

La coerenza ha un prezzo. Ma ha anche un valore immenso.

Uno degli episodi che più mi ha colpito riguarda il celebre incarico ricevuto per decorare il ristorante Four Seasons del Seagram Building di New York, progettato da Ludwig Mies van der Rohe.

Era una commissione prestigiosa.

Avrebbe significato denaro, notorietà e consacrazione.

Rothko ricostruì nel suo studio le dimensioni reali della sala per capire come le opere sarebbero state percepite.

Ma mentre i committenti desideravano un ambiente elegante e rilassante, lui voleva provocare introspezione, inquietudine, domande.

Capì che quelle opere sarebbero diventate soltanto un elemento decorativo.

E allora fece qualcosa di rarissimo.

Restituì l’anticipo e rinunciò all’incarico.

Scelse di perdere denaro pur di non perdere se stesso.

Quante volte, invece, noi facciamo il contrario?

Quante volte accettiamo compromessi che ci allontanano lentamente da ciò che siamo?

Guarda le opere da vicino

Rothko ripeteva spesso che i suoi quadri dovessero essere osservati da molto vicino.

Non per coglierne meglio i dettagli.

Ma per entrarci dentro.

Per esserne avvolti.

Per lasciarsi attraversare dalle emozioni.

E mentre camminavo tra quelle grandi tele, mi sono accorto che quel suggerimento non riguardava soltanto i suoi quadri.

Riguardava la vita.

Noi, la nostra vita, la osserviamo davvero da vicino? Oppure la guardiamo da lontano, quasi con distacco, aspettando che qualcosa cambi da solo?

Ci immergiamo davvero nelle nostre emozioni? Oppure attraversiamo le giornate in superficie, evitando tutto ciò che potrebbe metterci in contatto con noi stessi?

Ogni vita è un museo

La mostra segue anche l’evoluzione interiore dell’artista.

Le prime tele sono luminose, attraversate da rossi, gialli, aranci, bianchi.

Poi, con il passare degli anni, i colori cambiano.

Arrivano i blu profondi. I verdi.

I grigi. I neri.

Non è soltanto una trasformazione artistica.

È il riflesso di un percorso umano.

L’ultima grande opera della sua vita è la Rothko Chapel, inaugurata a Houston nel 1971, dopo la sua morte: uno spazio ottagonale dedicato al silenzio, alla meditazione e alla contemplazione, dove le grandi tele scure invitano il visitatore a guardarsi dentro prima ancora che guardare il dipinto.

Rothko, però, non vide mai quell’opera completata.

Il 25 febbraio 1970 si tolse la vita nel suo studio di New York, mentre proprio in quei mesi il suo lavoro stava ricevendo un riconoscimento internazionale sempre più ampio.

Una coincidenza che colpisce profondamente.

Perché ci ricorda una verità tanto semplice quanto difficile da accettare: il successo esteriore non garantisce la pace interiore.

In quale sala del tuo museo ti stai fermando?

Forse ognuno di noi possiede un museo invisibile.

Ogni stanza rappresenta una stagione della nostra vita.

Ci sono sale luminose, fatte di entusiasmo, amore e gratitudine.

Ci sono sale più scure, dove abitano il dubbio, la paura, il dolore, le perdite.

Molto spesso attraversiamo queste stanze senza fermarci.

Entriamo.

Usciamo.

Chiudiamo la porta.

Ma ciò che non osserviamo continua comunque ad abitare dentro di noi.

Rothko ci invita a fare l’opposto.

Ad avvicinarci.

A sostare.

Ad ascoltare.

Perché solo ciò che guardiamo davvero può trasformarci.

E forse anche quella confusione emotiva, quel rumore di fondo che a volte sentiamo dentro di noi, aspetta soltanto di trovare il proprio colore, la propria forma, il proprio significato.

Le domande più importanti

Forse, uscendo da una mostra come questa, non è importante ricordare tutte le date o tutti i titoli delle opere.

È molto più importante portarsi a casa qualche domanda.

In quale sala del tuo museo interiore ti stai fermando oggi?

Quali emozioni continui a osservare da lontano invece di attraversarle?

Qual è il tuo vero scopo, quello per cui vale la pena restare fedele a te stesso anche quando il prezzo sembra alto?

E soprattutto…

Quali saranno i colori della prossima tela che deciderai di dipingere nella tua vita?

Perché la nostra esistenza, proprio come un’opera d’arte, non è fatta per essere semplicemente osservata.

È fatta per essere vissuta.

Da vicino.

Fino in fondo.

Prendi in mano la tua vita e fanne un capolavoro.

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