Parliamo la stessa lingua, ma ci comprendiamo davvero?

Ci sono momenti in cui il tempo sembra rallentare. Due giorni di vacanza, il mare davanti agli occhi, il rumore delle onde, il sole che scalda la pelle e quella sensazione rara di avere finalmente spazio per respirare davvero. In quei momenti accade qualcosa di prezioso: tornano a galla pensieri che durante l’anno rimangono sommersi …

Ci sono momenti in cui il tempo sembra rallentare. Due giorni di vacanza, il mare davanti agli occhi, il rumore delle onde, il sole che scalda la pelle e quella sensazione rara di avere finalmente spazio per respirare davvero. In quei momenti accade qualcosa di prezioso: tornano a galla pensieri che durante l’anno rimangono sommersi dal rumore delle scadenze, degli impegni e delle urgenze.

Una delle mie passioni più grandi è la lettura e, proprio in uno di questi momenti di quiete, ho ripreso in mano La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda. È un libro che avevo già letto, ma alcuni libri, come alcune persone, non sono mai gli stessi quando li incontri una seconda volta. Cambiamo noi, cambia il momento della vita, cambiano le domande che ci portiamo dentro.

In questo periodo sto costruendo un percorso dedicato ai ragazzi della quinta primaria, un viaggio che li accompagnerà verso il passaggio alla scuola secondaria attraverso temi come l’inclusione, il rispetto, la condivisione, la crescita personale e il coraggio di prendere il volo verso qualcosa di nuovo. Rileggere Sepúlveda con questo obiettivo mi ha fatto scoprire sfumature che in passato avevo semplicemente sfiorato.

Nelle prime pagine del libro c’è un dialogo di poche righe che mi ha fermato.

“Com’è difficile per gli umani. Noi gabbiani, invece, stridiamo nello stesso modo in tutto il mondo.” – commentò una volta Kengah con un compagno di volo.

“Proprio così. E la cosa più straordinaria è che ogni tanto riescono anche a capirsi.” – stridette l’altro.

Ho chiuso il libro per qualche secondo.

E mi sono chiesto: parlare la stessa lingua significa davvero comprendersi?

Viviamo un paradosso straordinario. Possiamo parlare lingue completamente diverse e riuscire comunque a intenderci, ma possiamo anche parlare perfettamente la stessa lingua e non comprenderci affatto. Quante volte ci capita di dire: “Te l’ho detto mille volte”? Quante volte ci sentiamo frustrati perché l’altro “non capisce”? E quante volte, in realtà, non ci fermiamo mai a chiederci come abbiamo parlato, con quale atteggiamento, con quale tono, con quale desiderio autentico di farci comprendere?

Forse il problema non è il numero delle volte in cui abbiamo pronunciato quelle parole. Forse il problema è che abbiamo confuso la comunicazione con l’informazione. Abbiamo detto qualcosa e ci siamo sentiti a posto con la coscienza, senza verificare se quel messaggio fosse davvero arrivato al cuore dell’altro.

La comunicazione, quella vera, nasce molto prima delle parole. Nasce nell’ascolto.

E ascoltare non significa aspettare il nostro turno per rispondere. Ascoltare significa rinunciare, anche solo per un istante, a una parte di noi stessi per fare spazio all’altro. Significa abbassare il volume del nostro dialogo interiore per alzare il volume della curiosità, della benevolenza e del rispetto. È quello che in coaching chiamiamo ascolto con sincero interesse.

Quando questo interesse esiste, troviamo il modo di comunicare anche senza condividere la stessa lingua. Lo fanno i viaggiatori, i bambini, gli artisti, le persone che si incontrano per la prima volta e riescono comunque a capirsi attraverso uno sguardo, un sorriso, un gesto, un tono di voce. Il linguaggio del corpo, la presenza, l’intenzione e l’energia con cui siamo davanti all’altro diventano ponti molto più forti delle parole.

Quando invece manca il desiderio di entrare in relazione, anche la lingua più perfetta diventa insufficiente. Possiamo vivere sotto lo stesso tetto, lavorare nello stesso ufficio, frequentare gli stessi luoghi e parlare ogni giorno, ma rimanere comunque lontanissimi. Perché non è la quantità delle parole a creare la vicinanza, è la qualità dell’attenzione che dedichiamo all’altro.

Quante conversazioni sono solo formalità? Quante volte raccontiamo di noi senza accorgerci che l’altro non ci sta davvero ascoltando? E quante volte ascoltiamo solo per educazione, per dovere o per abitudine, senza il reale desiderio di comprendere ciò che l’altro sta vivendo?

Entrare in relazione richiede più energia, più tempo e più disponibilità. Richiede il coraggio di mettere da parte, almeno per un momento, il bisogno di avere ragione. Ma è proprio questo sforzo che ci rende profondamente umani. È lì che nasce la fiducia, è lì che nasce la collaborazione, è lì che nasce l’amore, l’amicizia, la leadership e qualsiasi relazione autentica.

Forse i gabbiani hanno ragione: non è la lingua a fare la differenza.

La differenza la fa il cuore con cui scegliamo di ascoltare.

E allora la prossima volta che parlerai con tuo figlio, con il tuo partner, con un collaboratore, con un cliente o con un amico, prova a fermarti un istante prima di rispondere. Chiediti: sto cercando di avere ragione, oppure sto cercando di comprendere? Sto davvero ascoltando con sincero interesse?

Perché è lì che nasce ogni relazione autentica.

Ed è lì che, anche parlando lingue diverse, possiamo finalmente imparare a volare insieme.

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