Un ragazzo, un peluche e una risposta inaspettata «Chi vorresti essere?» La risposta arriva senza esitazione: «Un calciatore semi-professionista.» E allora gli chiedo: «Che caratteristiche dovrebbe avere questo calciatore? Come dovrebbe essere?» Mi risponde raccontandomi di determinazione, passione, della capacità di non mollare mai, di recuperare palloni, di essere sempre sul pezzo. Uno che fa …
Un ragazzo, un peluche e una risposta inaspettata
«Chi vorresti essere?»
La risposta arriva senza esitazione:
«Un calciatore semi-professionista.»
E allora gli chiedo: «Che caratteristiche dovrebbe avere questo calciatore? Come dovrebbe essere?»
Mi risponde raccontandomi di determinazione, passione, della capacità di non mollare mai, di recuperare palloni, di essere sempre sul pezzo. Uno che fa legna. Uno forte. Uno di sostanza.
Mentre lo ascolto, nella mia mente comincia a prendere forma l’immagine di quel ragazzo. Un giocatore che non si tira indietro, che corre, che lotta, che resiste, che quando c’è da combattere è sempre presente. Un ragazzo che sembra voler dire al mondo: su di me puoi contare.
Poi gli faccio una domanda apparentemente semplice, quasi un gioco:
«E se tu fossi un oggetto, quale oggetto saresti?»
Mi aspettavo qualcosa che rappresentasse quella sua idea di forza. Un martello, un’ascia, uno strumento, qualcosa capace di colpire, resistere, costruire.
E invece mi guarda e mi dice:
«Un peluche.»
Mi fermo.
Un peluche?
Quella risposta, così lontana dall’immagine di forza che aveva appena descritto, mi ha fatto sorridere. Ma soprattutto mi ha fatto riflettere, perché forse quel peluche raccontava molto più di quanto potesse sembrare.
Questa scena è avvenuta durante una sessione individuale di coaching. Davanti a me c’era un ragazzo di 18 anni, un ragazzo come tanti, con i suoi sogni, le sue domande, le sue insicurezze e quelle potenzialità che spesso, alla sua età, sono ancora tutte da scoprire.
E proprio per questo quella risposta mi ha colpito ancora di più.
Perché dietro l’immagine del ragazzo forte, determinato, combattivo, quello che recupera palloni e “fa legna”, era comparsa improvvisamente un’altra immagine.
Un peluche.
E forse quel peluche raccontava una parte di lui che aveva bisogno di essere vista.
L’armatura che impariamo a indossare
Quante volte nella vita impariamo a essere qualcosa perché pensiamo di doverlo essere? Forti, indipendenti, determinati, capaci di affrontare tutto. Quante volte ci convinciamo che non possiamo permetterci di mostrare una parte più fragile di noi, perché magari qualcuno ci ha insegnato che piangere è da deboli, che bisogna cavarsela da soli, che bisogna essere sempre all’altezza, che bisogna dimostrare qualcosa?
E così, lentamente, costruiamo un’armatura.
All’inizio forse ci serve. Ci protegge, ci permette di affrontare situazioni difficili e ci aiuta a superare momenti nei quali non avevamo altri strumenti. In qualche modo ci consente di andare avanti quando avremmo preferito fermarci.
Poi però può succedere qualcosa. L’armatura che abbiamo costruito per proteggerci può diventare così parte di noi da farci dimenticare cosa c’è sotto.
Diventiamo bravi a essere quello che gli altri vedono: forti, duri, competitivi, sempre pronti, sempre sul pezzo, sempre capaci di farcela. E magari nessuno si accorge che sotto quella corazza potrebbe esserci ancora una parte di noi che desidera semplicemente sentirsi accolta, ascoltata, vista e amata.
Una parte che non vuole necessariamente combattere. Una parte che, forse, vorrebbe soltanto essere libera di essere se stessa.
E in quel momento ho pensato che quella risposta non fosse affatto strana. Forse era la risposta più autentica che potesse darmi.
Perché possiamo essere forti e sensibili allo stesso tempo. Possiamo avere determinazione e paura. Possiamo essere capaci di affrontare una difficoltà e, contemporaneamente, avere bisogno di qualcuno che ci dica che va tutto bene. Non sono contraddizioni. Sono parti diverse della stessa persona.
I suoi occhi si sono fatti lucidi. Non servivano altre spiegazioni. A volte una persona non ha bisogno che tu le dica chi è; ha bisogno di trovare uno spazio nel quale possa finalmente scoprirlo da sola.
E forse, in quel momento, quel ragazzo ha semplicemente incontrato una parte di sé che aveva bisogno di essere riconosciuta.
Alla fine ci siamo abbracciati.
E quell’abbraccio, per me, valeva più di molte parole.
E poi veniamo a noi
Perché questa storia non parla soltanto di quel ragazzo. Parla di tutti noi, delle volte in cui abbiamo confuso ciò che siamo con ciò che abbiamo imparato a mostrare. Parla delle identità che ci siamo costruiti, delle convinzioni che abbiamo fatto nostre, delle frasi che abbiamo ascoltato così tante volte da iniziare, a un certo punto, a raccontarcele da soli.
«Devo essere forte.»
«Non posso mollare.»
«Devo dimostrare quanto valgo.»
«Non posso deludere nessuno.»
«Se mi mostro per quello che sono, potrebbero non accettarmi.»
Quante delle nostre convinzioni sono veramente nostre e quante, invece, sono il risultato di ciò che abbiamo vissuto, delle aspettative degli altri, dei giudizi ricevuti, dei ruoli che abbiamo imparato a ricoprire?
E allora la domanda diventa molto più profonda: tu chi sei?
Non chi sei sul lavoro, non il ruolo che ricopri, non quello che gli altri si aspettano da te e nemmeno quello che hai imparato a essere per ricevere approvazione.
Tu, chi sei?
E ancora: chi pensi di essere? Chi vorresti essere? E soprattutto, chi ti hanno fatto credere di dover essere?
Sono domande semplici solo in apparenza, perché rispondere davvero significa entrare in contatto con la nostra storia, con le nostre emozioni, con le nostre paure e con le risorse che magari abbiamo sempre avuto, ma che non abbiamo ancora imparato a riconoscere e utilizzare pienamente.
La domanda che può cambiare qualcosa
Forse la vera crescita non consiste nel diventare qualcun altro. Forse consiste nel togliere, poco alla volta, ciò che abbiamo costruito per proteggerci e capire cosa rimane.
Non per distruggere la nostra forza, ma per scegliere consapevolmente come usarla.
Perché essere forti non significa non avere paura. Essere determinati non significa non avere emozioni. Essere indipendenti non significa non avere bisogno degli altri. E mostrare la propria sensibilità non significa essere deboli.
A volte la vera forza è riuscire ad essere semplicemente se stessi, senza dover dimostrare niente, senza dover indossare continuamente un’armatura e senza dover interpretare un personaggio per essere accettati.
Ed è qui che, forse, il coaching può diventare uno spazio straordinario. Non per dirti chi devi essere, ma per aiutarti a farti domande che da solo, qualche volta, non hai il coraggio o il tempo di porti. Perché dietro un obiettivo, dietro una difficoltà, dietro una scelta rimandata, spesso c’è una storia che abbiamo costruito su noi stessi. E cambiare quella storia non significa cancellare il passato, ma imparare a guardarlo con occhi diversi e scegliere quale significato vogliamo dargli oggi.
Allora forse vale la pena fermarsi e guardarsi dentro.
Quale parte di me sto proteggendo con la mia armatura?
Cosa sto mostrando agli altri e cosa, invece, tengo nascosto?
Qual è la persona che vorrei diventare davvero?
Cosa mi manca per sentirmi finalmente allineato tra ciò che sono, ciò che sento e ciò che mostro?
Quali risorse ho già e quali devo ancora sviluppare?
Cosa so di dover fare e continuo a rimandare?
E soprattutto:
Se diventassi davvero la persona che so di poter essere, che cosa avrei paura di perdere?
Forse l’approvazione di qualcuno. Forse un’amicizia. Forse un ruolo. Forse l’immagine che gli altri hanno di noi. Forse quella stessa armatura che, per tanto tempo, ci ha protetto.
Ma c’è una domanda ancora più profonda che possiamo farci: quanto della mia vita sto vivendo per essere ciò che gli altri si aspettano e quanto, invece, per essere davvero ciò che sento di essere?
Non abbiamo sempre bisogno di diventare più forti. A volte abbiamo bisogno di sentirci abbastanza al sicuro da poter smettere di dimostrare di esserlo.
E forse, proprio sotto quella forza che mostriamo al mondo, c’è una parte di noi che aspetta soltanto di essere ascoltata.
Forse è il nostro “peluche”.
Non dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo conoscerlo.
Perché non è il contrario della nostra forza.
È una parte della nostra forza.
Abbraccia il tuo peluche. Riconosci la tua armatura. Scegli consapevolmente cosa tenere e cosa lasciare andare.
Perché la migliore versione di te non è quella che gli altri si aspettano.
È quella che, quando finalmente la incontri, riconosci come tua.
E forse è proprio lì che comincia il vero viaggio verso chi sei.
Make the Difference.






